Siamo nati a Milano

 

Quando ancora frequentavo le superiori a Sondrio, una mia compagna di scuola mi invitò a casa sua per ascoltare un po’ di musica. Mentre la stanza si riempiva delle note della prima canzone, la mia amica disse questa frase:

Nelle canzoni, ciò che conta veramente è il messaggio

Allora, quella frase mi sembrò strana: non capivo cosa intendesse dire. Lo capii con il tempo: il testo di una canzone ha un messaggio. Non un messaggio nel senso semiotico del termine, ma un messaggio più personale, quello che l’autore voleva trasmettere nel testo.

Non importa dove abbiamo sentito una canzone o chi l’abbia cantata: l’importante è che a noi, semplici ascoltatori, un brano trasmetta un messaggio personale.

In questo caso specifico, non importa che sia stata usata per una sigla televisiva o che a cantarla sia Giorgio Faletti, di cui non conosco certo tutta la discografia. L’importante è che – per me – abbia un messaggio.

Nel mio caso, credo che il destino abbia deciso subito che – un giorno – mi sarei trasferito a Milano. Mio padre ha frequentato l’Università a Milano e ci ha trascorso anche alcuni anni di lavoro, durante la mia infanzia. I suoi aneddoti di questi lunghi periodi mi hanno fatto innamorare di Milano ancor prima di conoscerla.

Anch’io, come mio padre ha fatto prima di me, ho frequentato e frequento Milano: prima come semplice turista, poi come studente fuori sede, attualmente come lavoratore. In tutti i casi, ho scelto io di andare a Milano. Le alternative non sarebbero certo mancate:  per esempio, avrei potuto studiare a Bologna,  tornare a Sondrio dopo la Laurea , trasferirmi all’estero o in qualsiasi altra parte d’Italia . Non ho fatto niente di questo.

Il motivo è semplice da spiegare, difficile da capire: credo che ognuno di noi abbia un suo luogo che raramente coincide con quello di nascita. Parafrasando il linguaggio burocratico, potremmo chiamarlo il luogo di rinascita. Non sappiamo spiegare bene il perché, ma in quel luogo ci sentiamo casa, anche se non siamo a casa.

Per me, ovviamente, quel luogo è Milano.

Il mondo è un libro: quelli che non viaggiano ne leggono solo una pagina

Viaggi Sant'Agostino

Stasera Facebook era vuoto: tutti erano parlavano e scherzavano a proposito degli Oscar a Leonardo DiCaprio ed Ennio Morricone e non c’erano frasi che hanno catturato la mia attenzione.

Fortunatamente, giorni fa avevo salvato sul mio computer questa frase di Sant’Agostino:

Il mondo è un libro, e quelli che  non viaggiano ne leggono soltanto una pagina

scritto su un post-it rosa.

Tralascio volutamente gli errori grammaticali: essendoci già la virgola, non andrebbe inserita la congiunzione e…Ma non voglio arrogarmi un diritto che non ho.

 Si potrebbe scrivere un trattato di semiotica anche solo per il fatto che sia stato scelto un semplice post-it rosa per una frase tanto bella e profonda. Credo che, in fondo, anche il post-it rosa abbia un significato: molte famiglie usano i post-it sul frigorifero per ricordare gli impegni quotidiani, i diari degli adolescenti dei miei tempi erano pieni di ritagli di riviste….Forse la persona che ha creato questa immagine annota tutto sui post-it.

Personalmente, vedrei bene questa frase scritta su un segnalibro, quelle piccole strisce di carta o cartone che vendono in cartoleria a pochi euro per – appunto – ricordarsi l’ultima pagina letta prima di chiudere il libro.

Avrei anche un tipo di libro adatto a questa frase: una guida turistica, oppure un romanzo di Jules Verne.  Spero che Sant’Agostino non si offenda e non giudichi queste mie preferenze blasfeme.

Non saprei dire se, rispetto alla media, ho viaggiato molto oppure no…Ma di una cosa sono sicuro: i viaggi che ho fatto, come i libri che ho letto, mi hanno aperto la mente. Ogni volta che prenoto le mie vacanze estive, ho bisogno solo di due cose:

  • Un biglietto aereo
  • Un letto

Il resto, per parafrasare Sant’Agostino, è un libro da scrivere. Grazie a questo segnalibro, ho potuto vedere Piazza della Bastiglia sotto la pioggia, rompere le scarpe passeggiando lungo La Rambla, alzarmi alle sei del mattino e chiedere ad un senzatetto di indicarmi  dove fosse la  casa di Anna Frank , perdermi in mezzo a Christiania, incazzarmi  con quell’imbecille che ha permesso di aprire un Casinò proprio di fianco al Museo del Comunismo (non conosco il suddetto imbecille, sia chiaro), mettere in difficoltà controllori e metal detector del Parlamento Europeo con la mia macchina fotografica (è una Nikon D5300, non una bomba).

Sicuramente ho dimenticato qualche aneddoto…ma i ricordi dei miei viaggi sono molto vivi.