Non serve mica gridare per avere attenzione…

GridareAttenzioneStelle

Per chi non ha studiato Scienze della Comunicazione et similia, la frase di stasera sembrerà un controsenso, visto che – ormai – siamo abituati a pensare che vince chi urla di più

Non serve mica gridare per avere attenzione, le stelle stanno in silenzio eppure c’è chi le guarda per ore

Io, invece, ho studiato proprio Scienze della Comunicazione: qualche trucchetto lo conosco bene. Anche se ho un tono di voce alto, io non grido quasi mai:

  • Grido di gioia
  • Grido di rabbia
  • Grido di tristezza

ma non grido mai per avere ragione…figuriamoci per avere attenzione. Ho un tono di voce alto, ma questo è un altro discorso.

Lo sfondo di questa frase è eloquente:

  • Una montagna innevata
  • Un lago
  • Il cielo stellato

Tutti elementi che se potessero parlare, chissà quante cose avrebbero da dire. Anche molte persone del passato hanno espresso la propria arte in modo muto: pensate a Charlie Chaplin.

Anche io, come le stelle, sto spesso in silenzio pur essendo in compagnia. Non sono una persona molto loquace, preferisco scrivere o fotografare: mi esprimo meglio così.

I miei silenzi non hanno nulla di negativo, anzi: significano che vi sto ascoltando. In quei momenti, avete tutta la mia attenzione: non lo faccio per emettere chissà quale giudizio su di voi. Lo faccio semplicemente perché so che – prima di tutto – siete persone che meritate tutto il mio rispetto.

Permettetemi un gioco di parole: spero starete attenti ai miei silenzi…significano molto di più di quanto non possiate immaginare.

È nel momento delle decisioni che si plasma il tuo destino

 

Frase di Robbins: "Nel momento delle decisioni si plasma il destino"

È nel momento delle decisioni che si plasma il tuo destino

Non sono un seguace di Anthony Robbins e della PNL: preferisco prendere da solo le mie decisioni, ovviamente dopo aver sentito il parere delle persone che mi stanno accanto, se necessario. Oggi ho scelto questa frase per prendere un po’ in giro (nel mio piccolo) questo sedicente guru:

È nel momento delle decisioni che si plasma il tuo destino

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La vita ha un senso solo se…

Vita Senso Desiderio
La vita ha un senso solo se abbiamo ancora un sogno che ci fa desiderare il domani

Ogni tanto, anche io sono preso da domande filosofiche:

  • Chi siamo?
  • Dove andiamo?
  • ….? (sostituite i puntini con qualunque domanda vi venga in mente)

Mi accade quando la vita mi appare vuota, senza grosse novità all’orizzonte. La frase di stasera ben riassume il concetto

La vita ha un senso solo se abbiamo ancora un sogno che ci fa desiderare il domani

Per lungo tempo, le mie giornate mi sono sembrate tutte uguali: il lavoro, il tempo libero scrivendo o facendo fotografie, i week-end trascorsi in Valtellina dalla mia famiglia. Le giornate divertenti erano come la pubblicità su un film in DVD: praticamente inesistenti. Inutile dire che la domanda che mi tartassava ogni notte era:

Ma che cavolo vivo a fare?

Ora, per fortuna, ho molte cose che mi tengono occupato:

  • La fotografia: proprio un’ora fa sono rientrato a casa da una gita fotografica con il mio amico Fabio
  • La scrittura: se non scrivo un post ogni sera mi sento agitato
  • Le passeggiate: dicono che lo sport fa bene al fisico. Io non sono ancora dimagrito di un grammo, ma di sicuro l’umore è migliorato tanto

Contrariamente a quanto si dice nell’immagine, non posso dire che siano il mio sogno (che, francamente, non ho ancora capito quale sia). Tuttavia, sono un pieno di benzina per affrontare il domani.

Le cose che scrivo qui, quelle che scrivo per Consolata, le fotografie…Prese singolarmente possono sembrare insignificanti, soprattutto se viste dall’esterno. Eppure sono una parte di me stesso….Quella che, spesso, non riesco ad esprimere durante il lavoro o nei miei rapporti con gli altri.

Non so perché accade: c’entra sicuramente la mia timidezza, ma credo ci sia anche altro. Ne parlerò con la mia psicanalista domani.

Credo che la vita sia simile ad un puzzle: per apprezzare l’immagine finale, dobbiamo ricomporre tutti i pezzi.

Questa sera, voglio lasciarvi quest’augurio: che possiate ricomporre la vostra immagine.

Dove mi sono interrotto?

A volte, qualcuno mi chiede

 

 

Ma come fai a scrivere così?

 

Oggi ho deciso di rispondere a questa domanda.  Per farlo, ho scelto di condividere con voi questa scena del film Amadeus, in cui Mozart detta a Salieri una parte della sua ultima opera: il famoso Requiem.
Come Salieri, qualcuno potrebbe rimanere sorpreso per come lo faccio. Non mi paragono certo al genio della musica ma, come Mozart in questa scena, molte parole mi vengono quasi istintive.

Se la musica si basa su sette elementi di base (le note), la scrittura ne ha ventuno: le lettere dell’alfabeto. Tramite ventuno lettere, possiamo comporre tutto ciò che vogliamo.

Ci sono, poi, delle regole da seguire. In musica non saprei se è possibile trasgredirle. In scrittura è relativamente semplice.

Il resto è tutto istinto: è quello che Mozart paragona al fuoco in questa scena.

Non sorprendetevi, quindi, se non mi vedrete mai prevedere scalette o scrivere brutte copie: per me la scrittura è così.

Adamo ed Eva furono i primi 

  
Questa mattina su Facebook è stata postata l’immagine che vedete qui sopra. Traducendo letteralmente, il cartello affisso recita

Adamo ed Eva furono i primi a non seguire i termini e le condizioni della mela 


Una traduzione meno letterale strappa più di un sorriso 

Adamo ed Eva furono i primi a non seguire i termini e le condizioni della Apple

Amo i giochi di parole: fanno ridere e riflettere allo stesso tempo. Spesso rido pensando:”Quant’è vera questa frase!”.

Non occorre una gran cultura per conoscere la storia di Adamo ed Eva: basta leggere le prime pagine della Bibbia!

Per chi crede, i nostri progenitori hanno fatto un errore: questo non lo metto in dubbio. Tuttavia, non sempre seguire i termini e le condizioni è vantaggioso.

Il progresso dell’umanità è avvenuto in tre modi:

  1. Casualmente: il fuoco e la penicillina sono stati scoperti così 
  2. Curiosamente: domandandosi perché avvenivano certe cose
  3. Trasgredendo le regole imposte  

Io ho usato molto il primo ed il secondo modo. Il terzo mi faceva molta paura: pensavo che portasse solo a conseguenze negative.

Solo ultimamente mi sto rendendo conto che non é sempre così. Per questo motivo mi sento incompleto.

Sto cercando di recuperare il tempo perso, ma non è sempre facile. Ringrazio tutti quelli che mi stanno aiutando.

Ho 422 amici, eppure sono solo…

 

Stasera ero molto indeciso su cosa pubblicare: chi ha spiato la mia pagina Facebook o il mio account Twitter lo avrà capito.

Alla fine, ho scelto la versione sottotitolata del video Look up di Gary Turk, che considero un indieun po’ come me. Entrambi apprezziamo ciò che distingue dalla massa: lui ha avuto il coraggio di dirlo in faccia alle persone  e di fare di testa sua, io un po’ meno…ma ci provo comunque. Peccato non aver trovato il testo scritto: sarebbe stato bello stamparlo e appenderlo al muro ogni volta che ho voglia di accedere ad internet.

Vivendo a Milano da tanti anni, ho notato alcune cose:

  1. Abbiamo paura dell’altro: appena uno sconosciuto ci si avvicina, pensiamo che voglia in qualche modo approfittarsi di noi o che sia matto
  2. Oltre al gran tempo che trascorriamo incollati ad uno schermo, noto anche la gran fretta con cui ci spostiamo da un luogo all’altro.

Quando vado in centro, vedo molte persone con la cartina in mano e l’espressione spaesata: non occorre una laurea in sociologia per capire che sono turisti…eppure li trattiamo con sufficienza. Non parliamo, poi, degli extracomunitari e dei mendicanti. Vi do una notizia confortante: Google notizie non ha mai riportato casi di peste in Italia.

Mi fa sorridere che le persone si lamentino di essere soli: come fa a stare insieme a qualcuno se non ha voglia di condividere il proprio pensiero, se non dietro uno schermo?

La cosa mette in difficoltà anche me, che ho voglia di socializzare: ogni volta mi sembra di avere davanti ad un muro. Se penso a tutte le occasioni sprecate per paura l’uno dell’altro mi mangerei le mani.

Forse dovremmo essere solo un po’ più aperti…

 

Chi vuole il cambiamento? Chi vuole cambiare?

CambiareCambiamento
Chi vuole il cambiamento? Chi vuole cambiare?

Non siamo in campagna elettorale: perché parlare di una vignetta satirica in cui un candidato a chissà quale carica chiede ai suoi sostenitori

Chi vuole il cambiamento?

Ricevendo una generale alzata di mano, il candidato prosegue chiedendo

Chi vuole cambiare?

Gli occhi bassi dei personaggi fanno ben capire come siano demoralizzati dalla proposta.

Cambiare è difficile:

  • Fino a quando è un semplice proposito, siamo ben proposti a farlo
  • Quando passiamo dalle parole ai fatti, dipende quasi esclusivamente dalla nostra forza di volontà

Qualcuno può obiettare che ci sono molti fattori esterni che ci possono ostacolare: non posso negarlo, anche perchè ci sono cascato anch’io molte volte. Accetto anche l’obiezione che – a volte – ci sentiamo soli contro tutti: sono caduto personalmente in questo tranello infinite volte in passato.

Molto dipende dalla forza di volontà: più forza di volontà abbiamo dentro di noi, più è probabile che riusciremo a cambiare. Trovare un alleato o un’alleata che ci aiuti nel nostro obiettivo è un buon carburante e un vaccino contro chi vuole solo succhiarci le energie per costringerci a desistere.

Anche questo, credetemi, lo so per esperienza….

 

 

La verità è una coperta…

 

 

Scegliere il video per questo mio post è stato complicato. Sapevo di voler citare L’attimo fuggente con Robin Williams, uno dei miei attori preferiti. Era ovvio, perciò, che avrei cercato su Youtube. Qui mi sono trovato davanti ad un problema:

quale, fra i 14700 video proposti, mi rappresenta di più?

Ho scelto la scena in cui un impaurito Todd Anderson (Ethan Hawke), aiutato dal professor John Keating, declama la sua personale poesia alla classe.

Eccovi il testo :

La verità è una coperta che ti lascia scoperti i piedi

Tu la spingi, la tiri e lei non basta mai!

Anche se ti dibatti, non riesci a coprirti tutto…

Dal momento in cui nasci piangendo al momento in cui esci morendo,

ti copre solo la faccia e tu piangi e gridi e gemi!

Guardando su un dizionario, si scopre che la parola verità ha molti significati. Questo è vero sia in senso grammaticale, sia in senso personale. Dire la verità è la cosa più semplice: non occorre inventarsi nessuna scusa.

Ma perché, allora, Todd Anderson afferma che la verità non basta mai? Se una persona afferma di essere alta un metro e settanta centimetri, basta una banale misurazione per scoprire se sta dicendo la verità oppure mentendo. L’altezza di una persona è una verità oggettiva.

Se, invece, quella stessa persona afferma:

Secondo me, ha ragione Tizio…non Caio

È sinceramente convinto che abbia ragione Tizio, quindi una verità soggettiva: è molto probabile che qualcun altro pensi che abbia ragione Caio e non Tizio.

Ecco il motivo per cui Todd Anderson afferma che la verità non basta mai. Ammettendo che esista una verità assoluta:

  • Questa è comunque la somma di verità oggettiva e verità soggettiva
  • Imporre la propria verità assoluta mi ricorda il modo di comportarsi di tutti i dittatori

Fortunatamente, siamo in democrazia: ognuno ha diritto di esprimere la propria opinione e di crearsi una propria coscienza o – per meglio dire e restare in tema – una propria verità soggettiva.

Il fatto che io abbia sempre detto la verità mi conforta solo in parte: non ho mai espresso la mia verità soggettiva con sufficiente fermezza…e di questo me ne faccio un cruccio, perché – oltre che i piedi – la mia coperta di verità mi lascia scoperta anche la pancia.

 

 

Siamo nati a Milano

 

Quando ancora frequentavo le superiori a Sondrio, una mia compagna di scuola mi invitò a casa sua per ascoltare un po’ di musica. Mentre la stanza si riempiva delle note della prima canzone, la mia amica disse questa frase:

Nelle canzoni, ciò che conta veramente è il messaggio

Allora, quella frase mi sembrò strana: non capivo cosa intendesse dire. Lo capii con il tempo: il testo di una canzone ha un messaggio. Non un messaggio nel senso semiotico del termine, ma un messaggio più personale, quello che l’autore voleva trasmettere nel testo.

Non importa dove abbiamo sentito una canzone o chi l’abbia cantata: l’importante è che a noi, semplici ascoltatori, un brano trasmetta un messaggio personale.

In questo caso specifico, non importa che sia stata usata per una sigla televisiva o che a cantarla sia Giorgio Faletti, di cui non conosco certo tutta la discografia. L’importante è che – per me – abbia un messaggio.

Nel mio caso, credo che il destino abbia deciso subito che – un giorno – mi sarei trasferito a Milano. Mio padre ha frequentato l’Università a Milano e ci ha trascorso anche alcuni anni di lavoro, durante la mia infanzia. I suoi aneddoti di questi lunghi periodi mi hanno fatto innamorare di Milano ancor prima di conoscerla.

Anch’io, come mio padre ha fatto prima di me, ho frequentato e frequento Milano: prima come semplice turista, poi come studente fuori sede, attualmente come lavoratore. In tutti i casi, ho scelto io di andare a Milano. Le alternative non sarebbero certo mancate:  per esempio, avrei potuto studiare a Bologna,  tornare a Sondrio dopo la Laurea , trasferirmi all’estero o in qualsiasi altra parte d’Italia . Non ho fatto niente di questo.

Il motivo è semplice da spiegare, difficile da capire: credo che ognuno di noi abbia un suo luogo che raramente coincide con quello di nascita. Parafrasando il linguaggio burocratico, potremmo chiamarlo il luogo di rinascita. Non sappiamo spiegare bene il perché, ma in quel luogo ci sentiamo casa, anche se non siamo a casa.

Per me, ovviamente, quel luogo è Milano.

Quando andavo a scuola

LennonVitaFelice

 

Oggi ho trovato casualmente su internet questa frase di John Lennon:

Quando andavo a scuola, mi domandarono come volessi essere da grande. Io scrissi “felice”. Mi dissero che non avevo capito il compito e io dissi loro che non avevano capito la vita.

Capire perché mi piaccia questa frase è stato semplice.

Durante le scuole elementari, dal 1985 al 1990, ebbi solo un’insegnante: non saprei dire quanti anni avesse, ma andò in pensione proprio nel 1990.

ll suo modo di insegnare era molto pratico: non c’era nessuno spazio per la fantasia, tutto era incentrato sul dovere. Potrei dire lo stesso riguardo al modo in cui mi hanno educato i miei genitori.

Questo modus pensandi mi ha fatto crescere come una persona affidabile, ma ha tarpato le ali all’immaginazione.Il destino, fortunatamente, mi ha dato una via d’uscita: la lettura. Grazie ai libri ho potuto capire cosa fossero la fantasia e il piacere .

Non occorre essere John Lennon per capire che nella vita servono (anche) fantasia e piacere. I motivi sono molti:

  • Aiutano a risolvere i problemi in modo innovativo
  • Aiutano a rilassarsi
  • Possono indicarci la strada per il nostro futuro

Ognuno di voi può trovare altri benefici derivanti dalla fantasia e dal piacere, ma credo saremmo tutti d’accordo nel dire che  – alla fine – sono i veri motori che ci conducono verso la felicità duratura.