Discoteche abbandonate

Non ho mai frequentato le discoteche: non mi sono mai piaciute perché detesto la musica ad alto volume. Non nego però che abbiano fatto parte della cultura degli anni Ottanta e Novanta. Solo oggi – tramite La Repubblica  e la canzone di Max Pezzali –  ho saputo che il settore versa in gravi condizioni.

Il video del brano è un cimitero di discoteche chiuse negli ultimi anni, rivivibile grazie alle fotografie tratte dal libro Disco mute, curato da Alessandro Tesei e Davide Calloni.

Ci sono esempi anche a Milano. Nel 2009 un condominio ha sostituito il mitico Rolling Stone. Per quanto riguarda il suo gemello Alcatraz, non gode di recensioni lusinghiere, almeno recentemente.

Negli ultimi anni è cambiato il modo in cui le persone usufruiscono della musica e – forse – ballare è passato di moda.  Se è vero che bastano una decina di euro al mese  – il prezzo varia a seconda del tipo di abbonamento – per ascoltare tutta la musica che si vuole, dove si vuole, è anche vero che la strada e il proprio appartamento non sono i posti migliori dove scatenarsi a ritmo di musica.

C’è anche un problema economico:frequentare cinema e discoteche ha un costo. Per il portafoglio, è meglio usufruire dei servizi in streaming e prepararsi un cocktail a casa, evitando anche eventuali etilometri con annesso ritiro della patente.

L’effetto nostalgia per le persone nate tra gli anni Sessanta e gli anni Ottanta – i più grossi frequentatori di discoteche, grazie all’influenza di Tony Manero – è palese. Forse i più anziani tireranno un sospiro di sollievo, visto che consideravano le stesse discoteche come luoghi di perdizione e di spaccio.

Tutto questo nasconde una caratteristica psicologico-sociale: la restistenza al cambiamento. A partire da una certa età in poi, vorremo che la vita ci riservasse poche sorprese e procedesse con tranquillità. Mi dispiace deludervi, ma i cambiamenti – specie quelli esterni – fanno parte della vita e non possiamo contrastarli.

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