Le ragazze non vogliono nè bracciali nè anelli…

RagazzeVoglionoNonBraccialiNonAnelliLetteraHogwarts
Le ragazze non vogliono nè bracciali nè anelli: vogliono la lettera per Hogwarts

Due giorni dopo aver scritto a proposito della pubblicità natalizia di Pandora, mi tocca tornare a parlarne.

Lo faccio grazie all’immagine scattata alla stazione della metropolitana di Cadorna, a Milano, e condivisa dalla pagina Facebook E a te se sei rimasto con Harry fin proprio alla fine.

Provocatoriamente, la frase sul cartello pubblicitario (guarda caso, verde) recita

Le ragazze non vogliono nè bracciali nè anelli: vogliono la lettera per Hogwarts

A parte questo, a livello sociologico, si potrebbe leggere la cosa sotto vari aspetti.

  • Fenomeno mediatico
  • Ironia o satira sociale
  • Effetto Boomerang

Lascio agli esperti questo genere d analisi: non è il mio campo. Io mi occupo di parole, canzoni e immagini, collegandoli alla vita di tutti i giorni. Voglio credere che il ragazzo della coppia ritratta abbia recepito per primo il messaggio. Essendo single, riesco ad immaginare nell’ipotetica scena anche il ragazzo dietro di loro, che sta sospirando, per vedere una scena d’affetto che a lui non capita da tempo.

Indovinare cosa abbiano effettivamente pensato richiederebbe delle doti di lettura della mente che nessuno possiede….ma nessuno ci impedisce di immaginarlo. A me piace immaginare che abbia pensato solo un momento ai regali di Natale, per poi concentrarsi sul momento che stava vivendo insieme alla sua bella….Ma voi potreste avere un’idea diversa dalla mia

Annunci

Secondo te, cosa le farebbe piacere?

FerroStiroGrembiuleBraccialePandora
La campagna pubblicitaria Pandora sulla metropolitana di Milano

Visitando questo blog, avrete sicuramente notato come io trovi in un messaggio qualsiasi dei significati ulteriori a quelli espliciti.

Tuttavia, quando ho letto la notizia

Regali di Natale, un ferro da stiro o un bracciale? Polemica a Milano sulla pubblicità nel metrò

Sulle pagine del quotidiano La Repubblica non credevo ai miei occhi. In breve: un gruppo di donne dedite al burlesque si è sentita offesa dalla pubblicità Pandora che campeggia nelle stazioni della metropolitana di Milano in questi giorni.

Essendo uomo, forse non sono la persona adatta per commentare, ma ci proverò comunque.

Mi piace immaginare che il pubblicitario abbia letto il mio articolo del 13 novembre scorso, declinando il messaggio agli scopi commerciali. Per come è stato composta, la pubblicità si rivolge ad un pubblico maschile: alzi la mano il primo uomo che non stia pensando in questi giorni ad un regalo per la propria donna, sia essa

  • Sua madre
  • Sua moglie
  • Sua nonna

Provando a declinare lo stesso messaggio per rivolgerlo al pubblico femminile, si potrebbe dire

Un computer, una valigetta, un pigiama, una sciarpa, un Apple Watch

Secondo te cosa gli farebbe piacere?

Spero che la Apple non se la prenda per averla citata nell’esempio: è il primo prodotto che mi è venuto in mente. Non sono un veggente, ma mi piace immaginare che lo spirito cameratesco maschile avrebbe portato tutti a farsi una grassa risata….e magari a scrivere una letterina a Babbo Natale per avere un determinato orologio nuovo.

Il ritorno del tamagotchi

Non credo che molti dei miei follower apprezzeranno il mio post di oggi: per farlo, occorre avere l’età giusta ed aver almeno sentito la notizia del ritorno del Tamagotchi.

Per tutti gli altri, ho pensato di caricare il video della pubblicità di ventun anni fa, quando

  • Alcuni di voi non erano ancora nati
  • Altri erano troppo grandi per apprezzarlo
  • Per una minoranza, questo videogioco era un oggetto di culto

Facendo una proporzione, il Tamagotchi sta al 1996 come Pokèmon GO sta al 2016.

I tempi cambiano, i gusti pure, ma i bisogni delle persone restano sempre i medesimi.

Basta fare una domanda per carpirlo

Chi di voi a quattordici anni non ha voluto il motorino?

L’economia e gli studi universitari in generale li chiamano beni, comunemente si chiamano oggetti o cose, a seconda del termine che preferite.

Io preferisco chiamarli mezzi perché sono – appunto – i mezzi che utilizziamo per sentirci accettati da un gruppo.

Il dialogo reciproco potrebbe essere un mezzo alternativo che abbiamo sempre avuto a disposizione, ma mi  sembra che lo utilizziamo ben poco.

 

Politica o spettacolo?

 

PoliticaSpettacoloRepubblicaBeppeGrillo
Politica o spettacolo?

Oggi è uscito il primo numero con la nuova veste grafica del quotidiano La Repubblica: è un fatto, non una pubblicità.

La pubblicità – quella vera – l’ha giustamente fatta il quotidiano stesso.

I pochi elementi che la compongono costituiscono un messaggio molto complesso.

Per comprenderla, occorre farsi una domanda, che il copywriter ha voluto provocatoria, scegliendo la frase

“Politica o spettacolo?”

Beppe Grillo potrebbe essere definito un uomo politico o un uomo di spettacolo, a seconda del contesto in cui lo consideriamo. Una scelta che spetterà ai redattori a seconda del caso, ma anche noi siamo portati a fare quasi ogni giorno una simile distinzione.

Potrebbe sembrare strano, ma non lo è: tutte le persone possono essere più cose contemporaneamente

  • Un amico può essere anche un collega
  • Uno sconosciuto potrebbe essere anche un compagno di viaggio
  • Un medico potrebbe essere anche parente di un paziente

Sono solo esempi, naturalmente: la lista potrebbe continuare all’infinito.

Al di fuori del contesto pubblicitario e giornalistico, è difficile definire in modo così esatto una persona. Non ci trovo nulla di strano se accade: vi ricordate per caso quando il vostro amico più fraterno è diventato effettivamente tale e non è stato più solamente uno dei tanti? Io stesso non saprei dirvi quando Consolata è passata dall’essere conoscente ad amica.

Non dobbiamo complicarci la vita più di quanto non lo sia già di per sé. Parafrasando ciò che suggerisce Francesco De Gregori in una sua famosa canzone

Prendetela come viene

 

Tubiamo?

Probabilmente, chi leggerà questo articolo ed è nato negli anni novanta o è troppo giovane per ricordarsi la televisione degli anni ottanta non capirà un tubo. Chi è più vecchio, dovrà scavare nei meandri della memoria, magari faticando un po’.

Negli anni la pubblicità è molto cambiata. Nel 1986 andavano di moda

  • I Jingle
  • I Jeans
  • Le T shirt

In uno spot di quell’anno ci sono tutti questi elementi ed anche dei giovanissimi Claudia Gerini e Riccardo Rossi.

Se nei discorsi attuali usassimo il verbo tubare, a poche persone verrebbero in mente i baci perugina.

Forse oggi vi sembrerò un po’ nostalgico, ma resta un fatto che spesso commettiamo due errori in contrapposizione fra loro:

  • A volte ci dimentichiamo del presente, rimpiangendo il nostro passato
  • A volte ci dimentichiamo del passato, vivendo esclusivamente nel presente

Se è vero che cresciamo giorno per giorno e oggi siamo diversi da ciò che eravamo ieri e da ciò che saremo domani, è anche vero che non dobbiamo mai dimenticare chi eravamo e da dove siamo venuti.

Dove c’è Barilla, c’è casa

Da bambino mi piacevano le storie perché mi sembrava che raccontassero la vita dei personaggi: oggi direi che ne raccontano solo una parte, ma il concetto non cambia di molto.

Proprio per questo mi sono sempre piaciute le pubblicità della Barilla: prima del payoff

Dove c’è Barilla, c’è casa

C’era sempre una storia raccontata attraverso un video. Appassionato di viaggi come sono, io ho scelto quella che su youtube è stata chiamata la pubblicità del treno: una persona parte dalla stazione centrale di Milano per raggiungere i suoi affetti in campagna. Sembra non ci sia nessuno, in realtà stanno tutti aspettando lui in una grande sala. Chi non si ricorda almeno

  • La pubblicità del gattino: una bambina perde lo scuolabus in un giorno di pioggia e, tornando a casa a piedi vestita del suo impermeabile giallo, raccoglie un micio bagnato ed affamato, venendo così perdonata dai genitori
  • La pubblicità del fusillo in tasca: la figlia di un pilota lascia nella tasca della divisa del padre appunto un fusillo, che lui ritrova quella sera mentre guarda il paesaggio cittadino al di fuori della sua camera d’albergo
  • La pubblicità della bambina adottata: una bambina orientale ha il primo impatto con la sua nuova famiglia davanti ad un piatto di spaghetti, che non sa come mangiare.

Fatti di vita quotidiana, che si sono persi: adesso le famiglie sono distrutte da asteroidi che piovono dal cielo senza che la NASA se ne sia accorta prima.

Fare una predica sulla perdita dei valori sarebbe troppo semplice e non è questo il mio scopo: voglio solo farvi riflettere su come la società sia cambiata nel corso del tempo.

Lovely on my hand

Un singolo spot pubblicitario dura mediamente trenta secondi.

L’azienda che lo commissiona vuole acquisire clienti o raccogliere donazioni, chi lo guarda ne è interessato o infastitidio. 

Per capire come stiano veramente le cose, occorrerebbe andare dietro le quinte, come permette di fare il video sulla campagna pubblicitaria Calzedonia del 2011,  incentrato sul venticinquesimo anniversario di attività aziendale.

Non ho contato artisti e tecnici che hanno lavorato: tanti si ricordano di Dorotea Mele per la voce o, al più, Fabrizio Campanelli per essere stato il paroliere del brano.

Il testo si riferisce chiaramente ad una coppia. Già solo questo fatto sarebbe sufficiente a porsi molte domande:

  • Perchè comporlo appositamente per uno spot?
  • Perchè proprio una campagna su un indumento indossato da (quasi) tutti?

La risposta è univoca ed è più semplice di quanto sembri a prima vista.

Generalmente, l’amore porta chi va a formare una coppia a lasciare in secondo piano gle altre persone che le hanno accompagnate fino a quel punto.

Nonostante questo, la  vita continua e, anche quando le persone non ci saranno più o non si vedranno per un po’, contribuiranno con i loro insegnamenti alla nostra personale visione del mondo.