L’importanza di chiamarsi Emma

Grafica per il blog di Matteo Poletti. In alto al centro: ritratto di Emma Bonino in bianco e nero. In basso al centro, frase fra virgolette rosse: "E adesso insegna agli angeli come si lotta" e riferimento al sito AnSA. In basso: riferimento al blog di Matteo Poletti. In basso a destra: logo con lettere "MP" fra virgolette rosse e cerchiato di rosso
Non credo che ci sia qualcosa per cui lottare in Paradiso, ma con Emma Bonino non si può mai sapere


Ci sono delle volte in cui anche le agenzie di stampa non dicono molto, semplicemente perché non possono dire molto. Non mi riferisco alle notizie flash che mi capita di vedere quando consulto le mie fonti. Mi riferisco a quando devono comunicare la morte di qualcuno che gli americani definirebbero larger than life: una persona da leggenda. 

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Parliamo della leggenda


Ditemi voi se non si può definire Emma Bonino una da leggenda. A leggere quello che trovi scritto su internet c’è da perdersi. Al pensiero che avrebbe potuto essere la prima donna a risiedere al Quirinale gira la testa. 


Ma cosa dicono le agenzie di stampa? Ovviamente, non si limitano a dire:

Emma Bonino è morta


Cosa vera, ma adatta – al massimo – a una notizia flash di pochi minuti, giusto il tempo per i redattori di preparare il classico coccodrillo. Vanno oltre, andando a intervistare almeno un esponente per ogni partito politico. Certo, non potevano fare di meglio: sapete cosa avrebbe significato raccogliere le testimonianze di 400 deputati, 200 senatori eletti, 5 senatori a vita, 24 ministri, una Presidente del Consiglio, un Presidente della Repubblica? Perché – citando il Presidente del Senato, La Russa – diciamocelo: se muore Emma Bonino non puoi lasciare qualcuno fuori dal giro delle interviste.


E parliamo del coccodrillo, quindi. Un riassunto enciclopedico, semplicemente perché Emma Bonino era enciclopedica…e non mi riferisco al fatto che abbia – come tutti i politici – la sua pagina su Wikipedia (che vi invito a leggere a questo link). Parlo del fatto che nemmeno le agenzie di stampa, in un certo senso, sapevano cosa dire. Leggete qui: 


Avrebbero potuto fare un bel copia incolla da Wikipedia (giornalisti, lo so che lo fate anche voi, a volte) e tanti saluti. 


E io, cosa posso dire? É il mio spazio, quindi posso dirlo: 

Avercene ancora, di politici così


Perché Emma Bonino era fatta a suo modo. Ricordate quando Indro Montanelli intitolò un articolo de Il Giornale

Turatevi il naso e votate DC!


Se Emma avesse protestato (e ne avrebbe avuto tutte le ragioni), è facile immaginare come sarebbe finita: sciopero della fame sotto la sede di via Negri assicurato!


Le vere battaglie


Al di là dell’ucronia, se l’Italia e il mondo sono quello che sono lo dobbiamo anche ad Emma. Dico anche perché sarebbe ingiusto dimenticare due persone di nome Marco: uno di cognome faceva Pannella, l’altro fa Cappato.

C’era qualcosa da cambiare in Italia? State pur sicuri che questi tre moschettieri erano in prima linea. Che, poi, fossimo d’accordo con loro è un discorso a parte: si può comunque stimare un avversario. Non è che tutti quelli che non la pensano come noi sono per forza deficienti. Per dirla con una frase erroneamente attribuita a Voltaire, ma della scrittrice inglese Stephen G. Tallentyre:


Non sono d’accordo con quello che dici, ma darei la vita perché tu possa dirlo


Un’Italia senza Emma e i due Marco?


Vi invito a fare un’ucronia con me: proviamo ad immaginare un’Italia senza Emma Bonino, Marco Cappato e Marco Pannella. 


La donna che ha sposato un marito violento sarebbe ancora chiusa in camera a piangere per l’ennesima cinghiata ricevuta. Forse le nostre carceri somiglierebbero ancora ai mitici Piombi di Venezia (roba che a uscire da lì con le proprie gambe dopo tre mesi era considerato un miracolo). Senza dimenticare il paradosso dei paradossi: un ipotetico futuro frate costretto a fare il servizio militare, quindi ad usare le armi, con buona pace della Chiesa che grida alla pace un giorno sì e l’altro pure. 


E non dimentichiamoci dell’Europa


Detta così, sembra di parlare di Emma Bonino come una politica nazionale un po’ casinista il cui nome non diceva nulla, una volta attraversato il traforo del Frejus. 


In Europa, invece, la conoscevano benissimo. Nel 1995, non fa in tempo a mettere piede a Bruxelles come commissario con delega all’Ufficio Europeo per l’Aiuto Umanitario d’Urgenza che subito parte per la Bosnia. Per la prima volta si rende conto che con certi pazzi la lotta non violenta non serve a nulla: serve quella violenta, ma dobbiamo metterci tutti sotto la bandiera blu dell’ONU. Così l’avversario deve sventolare bandiera bianca. 


Arrestato quel pazzo che corrisponde al nome di Slobodan Milošević (che, nel frattempo, era riuscito a fare casino anche in Kosovo), è il momento di pensare all’Africa e, subito dopo, all’Afganistan, ancor prima che la parola talebano facesse pensare al fumo preferito da Pannella, con tanto di notte in carcere.


Lo Stato e la chicca finale

Per brevità, possiamo metterla così: anche quando non era in una posizione di rilievo (leggi le cariche da Ministro in su), Emma Bonino ha fatto sentire la propria voce. 

Se a leggere la sua biografia – come dicevo – c’è da perdersi è proprio perché Emma ci ha insegnato a lottare, con buona pace di comunisti e compagnia cantando, scomparsi dalla scena politica europea dal 1991. 


Dal Quirinale a Palazzo Chigi, passando per Camera e Senato, ieri devono essersi guardati tutti in faccia, lasciando – per un momento – la tessera di iscrizione al partito nel cassetto. Tutti d’accordo? Sì: i funerali di Stato per Emma sono praticamente d’obbligo. Escludendo Presidenti di Repubblica, Camera o Senato, sono diciassette anni che non se ne celebra uno: l’ultima in ordine cronologico è stata Alda Merini, la poetessa dei navigli


Combatterà anche lassù?


Non so come la pensiate dal punto di vista religioso, però mi immagino Emma che – appena arrivata nell’aldilà – abbia già organizzato le sue battaglie


Cos’è questa storia della luce anche di notte? Fateci dormire!


Potrebbe aver protestato con San Pietro, cogliendo l’occasione per organizzare la prima lotta non violenta nell’aldilà. Questa volta è difficile che possa vincere, ma non si può mai sapere. 

Emma sul comodino


Dicendo che potremmo portarci sempre Emma nel cuore rischierei di fare un torto ai famigliari (che mi vorranno perdonare la piccola ironia seguente). Noi comuni elettori potremmo portarcela tutte le sere sul comodino. Per esempio, potremmo leggere I doveri della libertà. Lo trovate su Amazon a questo link.

2 commenti su “L’importanza di chiamarsi Emma”

  1. Consolata Plantone

    Complimenti Matteo, bellissimo articolo!
    Sottolineo questa tua frase o, meglio, pensiero in cui mi ritrovo: Avercene ancora, di politici così…
    E, poi, ci domandiamo ancora perché l’affluenza alle urne è in perenne calo…

    1. Grazie dei complimenti, Consolata.
      Sono del parere che la tanto vituperata “vecchia guardia” della politica (quella della cosiddetta “Prima Repubblica”, per capirci – Emma era deputata dal 1976 circa) con tutti i suoi difetti fosse ennemila volte migliore di quelle successive…ma questo è un discorso lungo.

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